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Bruxelles vieta la vendita di olio sfuso

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Basta con l'olio d'oliva venduto sfuso. La Commissione europea ha scelto la linea dura per mettere un freno alle continue frodi nel settore e per garantire il consumatore sulla qualità di quello che compra. Lo ha fatto con un regolamento comunitario approvato questa settimana e che entrerà in vigore in due tempi: a novembre di quest'anno e nello stesso mese del 2003. Non ci sono invece novità riguardo all'etichetta che deve riportare la provenienza delle olive: per ora rimane facoltativa. Spiegano a Bruxelles: «Non ha senso rendere obbligatoria l'indicazione sull'origine in mancanza di un valido sistema di tracciabilità e di controllo su tutto l'olio in circolazione». Ma la decisione di lasciare tutto fermo ha suscitato in Italia più di un malumore.
IL DIVIETO — Da novembre, frantoi, negozi o agricoltori potranno vendere l'olio vergine e quello extravergine solo in bottiglie o in lattine della capacità massima di cinque litri. Obbligatoria l'etichetta che dovrà specificare il tipo d'olio, chi l'ha prodotto e, naturalmente, la quantità. «E' un primo passo per tutelare i consumatori — commenta Nicola Ruggiero, presidente dell'Unaprol, una delle associazioni di produttori—. Il secondo dovrà essere la costituzione di un organismo di controllo a livello europeo che conosca in tempo reale le quantità e le qualità d'olio prodotte nella Ue».
LE FRODI — II settore è quello fra i più colpiti. I «trucchi» più usati: nocciole spremute al posto delle olive, aggiunta di olio di semi, olio di sansa spacciato per quello che non è. Basta dare un'occhiata nei negozi per accorgersi che l'extravergine in giro è ben superiore alle quantità che potrebbero essere ottenute con le 550 mila tonnellate di olio che il nostro Paese produce mediamente ogni anno.
L'ORIGINE — Dall'autunno scorso, si può scrivere in etichetta la provenienza delle olive. I nostri agricoltori chiedevano che l'indicazione fosse obbligatoria. La richiesta per ora non è passata, ma è sempre un bel passo avanti rispetto alle norme precedenti secondo le quali la dicitura «made in Italy» poteva essere utilizzata per indicare il luogo dove l'olio veniva spremuto. Cioè, si poteva definire italiano un olio ottenuto da olive importate da Marocco, Tunisia, Grecia, Spagna, purché queste fossero lavorate in Italia. Oggi non è più così, e se il luogo da dove arrivano le olive è diverso da quello della frangitura, questo va specificato.
LE MISCELE — Le altre disposizioni introdotte con il nuovo regolamento comunitario riguardano le miscele: non si potrà parlare in etichetta di olio d'oliva se questo è inferiore alla metà del contenuto. Dal novembre del prossimo anno sarà anche possibile indicare il tipo di lavorazione usata: spremitura a freddo, prima spremitura, o altro. Ma il produttore dovrà essere pronto a dimostrare su richiesta che quanto pubblicizzato corrisponde a verità.

Renzo Ruffelli, 16 Giugno 2002