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Regolamento 1019/2002 - L'ennesima beffa

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La Commissione Europea ancora una volta penalizza olivicoltori e frantoiani.


E così la Commissione Europea partorisce l'ennesimo regolamento sull'olio di oliva a chiudere la serie dei provvedimenti che sotto i titoli di strategia della qualità e norme sulla commercializzazione del prodotto, introducono un articolato sistema che aumenta ulteriormente la confusione e la generalizzazione in tema di classificazioni merceologiche, aumenta gli oneri e gli adempimenti burocratici per olivicoltori e frantoiani, legalizzando in modo palese pratiche che finora venivano considerate frodi commerciali.
Ci riferiamo al Regolamento (CE) n. 1019/2002 della Commissione, del 13 giugno 2002 relativo alle norme per la commercializzazione dell'olio di oliva pubblicato sulla Gazzetta ufficiale delle Comunità europee del 14 giugno 2002. In esso sono contenute una serie di rigide norme molte delle quali si applicano a decorrere dal 1° novembre 2003. Esse si riferiscono alla denominazione di vendita dei prodotti, alla designazione dell'origine e alle indicazioni facoltative che possono figurare nelle etichette. Senza voler esaurire in questa sede le osservazioni e i commenti di merito del disposto legislativo, intendiamo evidenziare i punti più salienti che ci appaiono in netto contrasto con le finalità per una vera strategia della qualità e non corrispondenti a uno stato di diritto che garantisca regole certe per tutti.
Al punto a dell'articolo 3 per esempio, viene introdotta obbligatoriamente per l'olio extra vergine di oliva l'informazione 'olio di oliva di categoria superiore ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici'. Appare evidente come l'attributo 'categoria superiore' possa generare fraintendimenti nel consumatore, in quanto la denominazione olio extra vergine di oliva è già di per sé qualificante rispetto alle altre ammesse al consumo. L'aggiunta in questione invece, induce il consumatore a presumere che il prodotto abbia particolari caratteristiche superiori a quelle previste per la sua categoria, ostacolando invece la visibilità di quei prodotti contraddistinti da reali qualificanti fattori di qualità come quelli appartenenti a diverse denominazioni di origine o di certificazione di prodotto che possono attestare i loro requisiti superiori sulla base della conformità controllata da appositi enti sulla scorta di analisi chimiche e organolettiche effettuate per ogni lotto di prodotto.
All'articolo 4 vengono fissati i criteri per la designazione dell'origine che può figurare sulle etichette che è consentita solo per i prodotti DOP e IGP e per quelli la cui designazione è costituita dall'indicazione di uno Stato membro o della Comunità o di un paese terzo (esempio il Made in Italy). Una norma che sembrerebbe restrittiva al punto di non concedere riferimenti ad aree di produzione nemmeno a quegli oli che pur essendo prodotti in una determinata area geografica, con olive della zona senza i requisiti previsti dai disciplinari di produzione, viene completamente ribaltata quando si tratta di nomi o marchi d'imprese. Il comma 3 dell'articolo 4 recita infatti: 'Non sono considerati come una designazione dell'origine soggetta alle disposizione del presente regolamento il nome del marchio o dell'impresa, la cui domanda di registrazione sia stata presentata al più tardi il 31 dicembre 1998 conformemente alla direttiva 89/104 CEE o al più tardi il 31 maggio 2002 conformemente al regolamento (CEE) n.40/94'. Una disposizione discriminatoria, in palese contrasto con altre direttive CEE, chiaramente creata per indurre in errore l'acquirente e favorire grossolane contraffazioni.
Come può infatti un consumatore pensare di trovarsi di fronte ad un prodotto di dubbia origine e con parametri ai minimi consentiti della categoria quando in etichetta legge ad esempio: Frantoio Pinco Palla - Riviera degli Ulivi - Lago di Garda - Olio extra vergine di oliva 'olio di oliva di categoria superiore ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici' con tanto di tabella nutrizionale accompagnata dalle indicazioni 'prima spremitura a freddo', 'olive raccolte a mano' e via dicendo?
L'impudenza con cui la Commissione europea legifera contro i produttori e i consumatori è talmente evidente che va contro le sue stesse direttive 89/395 e 89/396 sulla base delle quali l'Italia ha emanato il D.L. n.109 del 27 gennaio 1992 .11 comma 1 dell'articolo 2 del citato decreto recita: ' L'etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari non devono indurre in errore l'acquirente sulle caratteristiche del prodotto e precisamente sulla natura, sull'identità, sulla qualità, sulla durabilità, sul luogo di origine e provenienza, sul modo di ottenimento o di fabbricazione dello stesso. ' Su altri aspetti del provvedimento, in modo particolare quelli che si riferiscono alle indicazioni facoltative, ritorneremo con altra specifica trattazione. Ritorneremo però al più presto in modo propositivo sull'intero disposto del provvedimento per organizzare, unitamente ad altre realtà associative azioni di protesta e per convenire modalità e impegni comuni per impugnarlo in sede legale.

Flavio Zaramella, 28 Agosto 2002