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Olio, la Ue boccia l'Italia: sì all'uso di olive straniere

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MILANO – L'olio d'oliva torna nella bufera. La Corte di Giustizia europea ha infat ti respinto ieri, a Lussemburgo, il ricorso dell'Italia sull'etichettatura dell'extravergine, e ha riconosciuto valido il regolamento comunitario in base al quale la dicitura “made in Italy” non deve necessariamente indicare il luogo da dove proviene la materia prima, è sufficiente che si riferisca alla località dove si trova il frantoio.
In altre parole, l'olio extravergine italiano potrà essere ottenuto anche da olive che arrivano da altri Paesi, basta che la spremitura sia avvenuta in Italia.
Una sentenza che non mancherà di suscitare polemiche da parte di quanti (sempre più numerosi in questi ultimi tempi) si battono perché l'origine e la tipicità di un prodotto alimentare sia indissolubilmente legata alla terra che lo ha fatto nascere.
La decisione dei giudici europei non è comunque una sorpresa, perché le conclusioni dell'avvocato generale della Corte l'avevano anticipata già da un paio di mesi. Ieri, a caldo, le organizzazioni agricole facevano notare come la sentenza fosse contraddittoria rispetto alle norme sull'etichetta delle carni e sulle denominazioni d'origine dei vini. Quasi a rispondere a queste critiche i magistrati hanno comunque precisato che il loro giudizio non è sul merito del regolamento Ue, ma sul fatto che questo non sia “né illogico né incoerente”.
A pensare sulla sentenza è stata soprattutto la convinzione della Corte europea che questa etichetta non fosse ingannevole (ma davvero non lo è), come sostenevano le associazioni dei consumatori. Una scelta che getterà benzina sul fuoco delle polemiche tra produttori e industriali. Convinti, questi ultimi, che esista anche una qualità del blend italiano da tutelare all'estero.
Non tutti gli agricoltori hanno però letto in negativo la sentenza. Anzi c'è chi ha visto l'occasione perché,finalmente concluso il ricorso, si possa tornare a discutere del regolamento. Dopo tutto – si fa notare – questa normativa è del 1998, quando la questione della sicurezza alimentare non era così prepotentemente venuta alla ribalta come dopo il riesplodere del caso mucca-pazza . “Oggi a Bruxelles c'è una sensibilità in più – dice Renato Ruggiero, presidente dell'Unaprol, una delle maggiori associazioni tra i produttori olivicoli – e la sentenza offre al governo e al Parlamento italiani l'opportunità di ridiscutere in sede politica a livello europeo le nuove norme sull'origine e la tracciabilità dei prodotti agricoli, e in particolare dell'olio di oliva”.
Una linea d'attacco che il ministro delle Politiche agricole, Alfonso Pecoraro Scanio, ha promesso da subito, annunciando che il problema sarà indubbiamente al centro delle trattative per la riforma degli interventi a favore dell'olio d'oliva, già in agenda per il prossimo anno. “Si potrebbero indicare due indicazioni in etichetta – ha suggerito – una sul luogo dell'uliveto, l'altra su quello della trasformazione”.
Vedremo come reagirà la Commissione di Bruxelles che, al di là dei giudizi in merito, in questa occasione non sta certo mostrando coerenza.

Renzo Ruffelli - Corriere della Sera, 15 Dicembre 2000